Page 37 - CnO_134_135
P. 37
cervello durante gli stati di compromissione del flusso cerebrale.
Questi dati hanno condotto a una lettura alternativa del paradosso dello stroke.
Il concetto della stabilizzazione di placca attraverso meccanismi antinfiamma-
tori potrebbe essere lo strumento tramite il quale le statine riducono il rischio
cerebrovascolare anche in assenza di elevati livelli di colesterolo LDL, in ac-
cordo all’evidenza crescente del ruolo della rottura di placca nella patogenesi
dello stroke tromboembolico.
Alle evidenze cliniche già citate (4S, LIPID, CARE) sulla efficacia delle statine
nella prevenzione dello stroke si sono recentemente aggiunte quelle del GREA-
CE con atorvastatina (10-80 mg) in prevenzione secondaria e del HPS con sin-
vastatina 40 mg in pazienti con e senza coronaropatia.
Contrariamente allo studio ALLHAT che non ha mostrato nessun beneficio ap-
parente dall’uso di statine in termini di riduzione di eventi cardiocerebrovasco-
lari, probabilmente per il diffuso uso delle statine anche nel gruppo di control-
lo, lo studio Anglo-Scandinavian Cardiac Outcomes Trial (ASCOT), multicen-
trico, internazionale di confronto tra 2 trattamenti, ha dimostrato una significa-
tiva riduzione di stroke fatale e non fatale in circa 20.000 pazienti ipertesi non
dislipidemici trattati con statine in prevenzione primaria. Lo studio ASCOT, da
un lato, si avvaleva di un disegno prospettico, randomizzato, in aperto, con end-
point di confronto tra 2 regimi antipertensivi.
Dall’altro, di un disegno in doppio cieco, controllato con placebo, di un agente
ipocolesterolemizzante (Atorvastatina 10 mg) in un sottocampione di pazienti
ipertesi, al fine di valutare se la terapia ipocolesterolemizzante nei pazienti iper-
tesi con livelli di colesterolo da normali a leggermente elevati (6.5 mmol/L [250
mg/dL]) potesse produrre un vantaggio aggiuntivo.
Dopo 3, 5 anni, il trattamento con Atorvastatina, pur non producendo differen-
ze tra i 2 gruppi per la riduzione della pressione arteriosa, ha ridotto del 36%
l’end-point primario (IM non fatale e CHD fatale). Inoltre ha ridotto gli end-
point secondari di ictus fatale e non fatale (27%), di eventi cardiovascolari e di
procedure di rivascolarizzazione (21%) e di eventi coronarici totali (29%).
CARDIOLOGIA NEGLI OSPEDALI 35

