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Martedì 3 giugno
proteine piastriniche IIb/IIIa. Mentre nell’ottica interventistica delle SCA NSTE
l’utilizzo di inibitori dà risultati inequivocabilmente favorevoli secondo la re-
cente metanalisi di Braunwald, nell’approccio conservativo il loro ruolo è mol-
to discusso.
Nella metanalisi di Boersma, che ha confrontato 6 studi con più di 30.000 pa-
zienti arruolati (età media: 64 anni), di cui il 56% con NSTE, a 30 giorni la ri-
duzione della mortalità era del 6,2%, di morte e re-IMA dell’11,2%, l’incidenza
di emorragie cerebrali dello 0.09% con aumento del rischio relativo per sangui-
namenti maggiori del 62%. Secondo i dati del PRISM PLUS, l’efficacia degli ini-
bitori è tanto maggiore quanto è più alto il TIMI risk score.
Quindi sicuramente gli inibitori devono essere somministrati nei pazienti con
NSTE a rischio elevato, cioè quelli con troponine positive (studio CAPTURE),
nei diabetici e nei pazienti con sottoslivellamento del tratto ST (studio PRISM
PLUS), soprattutto nei pazienti candidati ad una rivascolarizzazione miocardica
mediante PTCA. (Moderatore: A. Branzi; Relatori: F. Ottani, G. Melandri, L. Ol-
trona Visconti).
Nella sessione “Statine e prevenzione degli eventi cardio-cerebrovascolari:
di quali conferme abbiamo bisogno?” è stato discusso il controverso ruolo
che l’ipercolesterolemia gioca come fattore di rischio per la coronaropatia e lo
stroke. Se nell’ormai datato trial sui fattori multipli di rischio pubblicato su
New England Journal of Medicine nel 1989 condotto su oltre 350.000 uomini
bianchi di età compresa tra 25 e 57 anni (il Multiple risk factor intervention
trial - MRFIT) emergeva una relazione ad U tra colesterolo e stroke, nella mag-
gior parte dei principali studi prospettici epidemiologici la relazione tra qual-
siasi misura di colesterolo e il rischio di stroke è minima (Framingham, meta-
nalisi, ecc.) ed il ruolo del colesterolo come fattore di rischio per stroke rima-
ne dubbio.
Nella metanalisi pubblicata su Lancet nel 1995 condotta su 450.000 soggetti che
erano stati seguiti per una durata media di 16 anni, lo stroke è stato rilevato in
oltre 13.000 partecipanti, ma un’associazione statisticamente significativa tra li-
velli basali di colesterolo e stroke non fu dimostrata dopo correzione dei dati
per sesso, etnia e valori di pressione arteriosa diastolica.
Ciononostante, come ormai dimostrato dai grandi trial di prevenzione seconda-
ria dello scorso decennio (4S, LIPID, CARE), la terapia a lungo termine con gli
inibitori dell’alfa metil glutaril coA riduttasi (statine) riduce il rischio di stroke
di circa il 25%, una riduzione simile a quella per l’IMA e la morte cardiovasco-
lare.
Il riconoscimento precoce di quello che da più voci è stato chiamato il paradosso
dell’ipotesi colesterolo-stroke ha dato il via ad intense ricerche su possibili mec-
canismi non lipidici della terapia con statine e alla ricerca di biomarker infiam-
matori che potrebbero essere forti determinanti dello stroke.
Molti degli effetti pleiotropici delle statine sono colesterolo indipendenti e cau-
sati dalla deplezione cellulare degli isoprenoidi, derivati dai prodotti intermedi
della sintesi di colesterolo, che servono come molecole lipidiche di attacco per
le modifiche postranslazionali di molte proteine, come Ras e Rho, le quali gio-
cano un ruolo fondamentale nella crescita cellulare, nella trasmissione dei se-
gnali e nelle vie mitogeniche.
Molto importanti sono anche gli effetti delle statine sulla funzione endoteliale,
che, considerati nel loro insieme, possono essere decisivi nella protezione del
LUGLIO/OTTOBRE 2003 - N. 134/135 34

