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NEL CUORE E NELLA EMOZIONALITÀ LE RISORSE DELL’UOMO POSTMODERNO


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                                  L’uomo è dove è il suo cuore non dove è il suo corpo
                                                                              GHANDI

            Nell’era del postmoderno, in una realtà sociale in cui tutto appare essere rea-
            lizzabile grazie ai progressi della tecnologia, l’uomo vive il suo momento di gran-
            de solitudine oppresso da una matrice razionale che lo imbriglia all’interno della
            tecnica e lo priva di quella dimensione emozionale che costituisce la forza di
            tutta l’esistenza. Il cuore considerato nel passato il luogo dove si annidavano le
            sensazioni istintive, riappare nel pensiero contemporaneo come lo scrigno pre-
            zioso di quegli slanci emotivi che rendono l’uomo migliore e lo guidano a dare
            forma alle personali aspirazioni. Il cuore come sinonimo di creatività, di pensie-
            ro immaginativo, di tensione verso il nuovo e l’inedito, come forma di conoscen-
            za alternativa ad una società dominata dal delirio della tecnica, si configura oggi
            più che nel passato quale risorsa strategica per costruire un mondo in cui non
            il dato economico o la prestazione lavorativa rappresentano il target di valuta-
            zione del soggetto, ma l’esistenza vissuta all’insegna dell’autentica ricerca del
            bene. La rinascita dell’uomo del XXI secolo, ha la sua sede nel cuore di ciascun
            essere umano – come scrive Maria Zambiano, una delle più interessanti filoso-
            fe del “900”. L’immagine del cuore contemporaneo è quella di un cuore che ha
            bisogno di ritrovarsi nella confessione e di esprimersi nella compassione. Nello
            scenario della complessità, dinanzi alle emergenze educative e sociali sorte sulla
            debolezza della razionalità occidentale, si delinea il bisogno di ristabilire un sag-
            gio equilibrio tra cuore e ragione per ridare un senso anche alle utopistiche proiezioni di una possibile pace globale, costruita
            non sulla linearità della ragione illuministica ma sui battiti di un cuore che si apre alla speranza dell’avvenire ed all’urgenza di
            garantire un futuro sostenibile alle giovani generazioni.
            Nel corso dei secoli la razionalità occidentale, dimenticando che la radice dell’affettività e della tensione umana verso la cono-
            scenza, la scoperta e l’approdo ad orizzonti sconosciuti si genera all’interno del cuore, ha finito per ridurre l’uomo alla sua
            dimensione biologica esaltando la tecnica fino a farla divenire infrastruttura e senso dell’esistenza. Eppure, è proprio nell’era
            della massima esaltazione della scienza, del delirio di onnipotenza della biotecnologia che il divorzio tra mente e affetti, tra
            logos e patos avviato, sin dalle origini del mondo occidentale, nella Grecia antica, tenta di ricomporsi in un’armonica sinfonia
            che trova nell’uomo postmoderno il bisogno di considerare la centralità delle emozioni e del cuore nella totalità dell’esistenza
            umana. Il soggetto postmoderno accoglie nella dialettica del suo divenire la vitalità del cuore e l’emozionalità della ragione
            disponendoli come i motori del suo processo formativo. L’elemento biologico si riappropria della voce del cuore ponendola al
            centro della progettualità esistenziale, reclamando un ruolo alla stessa idea di felicità come obiettivo vitale della crescita e della
            autoaffermazione che nasce nell’interiorità e nel profondo dell’animo umano e si espande all’esterno fino a coinvolgere il sog-
            getto e la comunità in una dimensione di benessere profondo. Il cuore ritrova così la sua dimensione di centralità che porta a
            riconsiderare il carattere razionale e cognitivo degli stati affettivi ed emozionali. U. Galimberti, parlando del rapporto tra cuore
            ed anima, paragona il cuore al mare poiché “nel cuore c’è quella voglia di terre non ancora scoperte che solo il mare può con-
            cedere”. Il parallelismo tra il cuore e il mare non è improprio poiché è proprio nella vitalità del mare, nelle sue improvvise intem-
            peranze, nella pacata quiete del suo eterno fluttuare che l’uomo trova la bellezza di ciò che è sconosciuto, inesplorato, miste-
            rioso e si incanta innanzi all’estetica del mondo. Ecco perché è ormai opinione condivisa che non la razionalità illuministica può
            aiutare l’uomo del XXI secolo a ritrovare il senso ed il mistero della propria esistenza, ma l’intelligenza del cuore.
            Non è certo un caso che la riflessione sulla nuova visione di cittadinanza planetaria, condivisa da studiosi di diversi orienta-
            menti passa attraverso un sentimento cosmico di appartenenza che nasce e si genera nelle radici del cuore. In essa è rac-
            chiusa la persona nella sua interezza. Il cuore è lo spazio metafisico del sentimento, il pudico movimento interiore verso l’alte-
            rità, che sa riconoscere in modo autentico, la parte più esposta e vulnerabile dell’uomo: il volto.



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