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pazienti sempre più anziani con numerose comorbilità quali l’insufficienza respiratoria, il diabete mellito, insufficienza renale,
            interessamento polidistrettuale della malattia vascolare. I medici delle UTIC devono avere piena consapevolezza che l’esecu-
            zione di una procedura di rivascolarizzazione è solo un momento, sia pure di elevata complessità tecnologica, dell’iter dia-
            gnostico terapeutico. I cardiologi intensivisti “…are impelled to establish a long term treatment policy for their patients
            rather than take care of only the patient’s immediate and urgent problem” .
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            Al medico della UTIC sono oggi richieste competenze nuove. Deve essere in grado di interagire con le varie componenti della
            rete attraverso la conoscenza dei protocolli operativi, dei livelli di coordinamento; deve selezionare i pazienti per i quali è
            necessario proseguire con la coronarografia e la rivascolarizzazione, dev’essere in grado di affrontare tanti problemi nuovi
            come quelli legati alle complicanze della procedura (sanguinamento, complicanze in corrispondenza della breccia arteriosa,
            nefropatia da mezzo di contrasto). La parte più corposa delle nuove competenze richieste al medico UTIC derivano però
            dalle caratteristiche del paziente: si richiede una buona conoscenza della diabetologia, familiarità con le procedure di venti-
            lazione meccanica non invasiva, confidenza con le procedure di rimozione depurativa (CVVH), conoscenze tecniche ed abilità
            manuale nel supporto di circolo.
            In conclusione, le UTIC Spoke rappresentano uno snodo indispensabile nel percorso assistenziale del paziente con Sindrome
            Coronarica Acuta. La creazione di un network tra ospedali di riferimento, ospedale di comunità, DEA, sistema del 118 garan-
            tisce l’equità di accesso alle procedure invasive, dove ce ne sia l’indicazione. Il ridimensionamento della rete delle UTIC dareb-
            be spazio al concetto perverso che il trattamento dell’infarto miocardico si realizza con una unica procedura, sia pure “high
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            tech”.Thomas Aversano in una lettera pubblicata sull’Italian Heart Journal afferma “the biggest mistake in primary PTCA
            care is the focus on the cath lab. Primary PTCA is not a procedure that occurs in the cardiac cath lab: it is a strategy
            of care that begins in the emergency room, and also involves the cath lab and the coronary care unit”.
            Il ridimensionamento della rete delle UTIC significherebbe la perdita di un grande patrimonio assistenziale e culturale della
            Cardiologia italiana.A farne le spese sarebbe l’intera Cardiologia, ma ancora di più il cittadino-paziente. La comunità cardio-
            logica non può accettare una diminutio della sua articolazione organizzativa ma, considerando la sempre crescente com-
            plessità della nostra disciplina, deve puntare verso un modello che preveda la costruzione di Dipartimenti Cardiovascolari.
            Questi sono necessari per il peso epidemiologico espresso dalla patologia in argomento, per la necessità di continui aggior-
            namenti e di competenze specifiche, per l’utilizzo di tecnologie complesse e dedicate, per la necessità di percorsi assisten-
            ziali esaustivi ed appropriati, per mantenere l’unitarietà della Cardiologia come disciplina che ha in sé una elevata compe-
            tenza.

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