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V I A G G I O I N T O R N O A L C U O R E
HANS CHRISTIAN ANDERSEN A FIRENZE
di Alessandro Berti - Console Generale Onorario di Danimarca
In questo anno 2005, Hans Christian Andersen, il famoso – e lo era davvero, almeno durante l’ultimo periodo della sua
danese di favole, compie 200 anni. Andersen infatti nasce a vita – era instancabile non appena si trovava all’estero.
Odense, sull’isola di Fionia il 5 aprile 1805 che a ragione è con- Non si accontentava di vedere.Annotava, spesso con ricchez-
siderata lo scrigno della cultura narrativa orale e delle antiche za di dettagli ed anche con “schizzi” di ciò che vedeva, ogni
tradizioni popolari. In questa piccola ma affascinante città fatto ed ogni impressione nel suo diario ed inviava lunghe,
Andersen ha vissuto la sua infanzia fino a che a quattordici innumerevoli lettere ai suoi amici. Da queste, ancor più che
anni andò a Copenaghen per cercar fortuna. dalla sua autobiografia e dai suoi libri di viaggi, risulta in modo
Le bellezze naturali ed i suggestivi manieri della Fionga, chia- inequivocabile che il poeta era un reporter nato.
mata il giardino di Danimarca, insieme alla povertà che lo seguì Andersen visitò così più volte Firenze, la città della favola “Il
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per tutta l’infanzia (Andersen era figlio di un modesto ciabat- porco di metallo” . Non si può tuttavia ignorare che la prima
tino che morì quando il poeta aveva appena 11 anni) saranno impressione fu deludente.
uno dei motivi ricorrenti delle sue fiabe ancorché universal- Così lo stesso in vettura postale lasciò Pisa l’8 ottobre 1833,
mente riconosciute e apprezzate per la straordinaria fantasia lungo una “strada eccellente” come egli informa nel suo diario,
e da uno stile letterario particolare e caratteristico. “dove tutti correvano all’impazzata. Giungemmo a Firenze in
Non voglio certo scrivere qui la biografia di Andersen ma vor- otto ore ... La campagna era ravvivata da ottime costruzioni, di
rei però sottolineare come la sua vita a Copenaghen cambiò contrapposto le strade erano affollate di mendicanti ... fra cui
grazie ad alcuni benefattori che lo aiutarono sia a darsi una una ragazza di eccezionale bellezza, con le guance vermiglie, gli
buona istruzione e poi ad entrare ed essere accettato nella occhi scuri come carbone e i denti candidi, coperta solo da
migliore borghesia ottenendo così col tempo il generale rico- una camicia, che sfrecciò via per un quarto di miglio issata su
noscimento e una grande fama. un carro, con le chiome corvine che le sferzavano le magnifi-
Non credo però che quando H. C. Andersen pubblicò nella che spalle. Giunti a Firenze, restammo meravigliati della città,
Copenaghen dei primi dell’800, le prime fiabe e cominciò ad del suo aspetto sordido, la porta era orribile e la strada che
essere conosciuto ed apprezzato avesse immaginato che un partiva da essa misera e angusta ... per lungo tempo non riu-
giorno, qualche anno dopo, avrebbe avuto modo di visitare scii a cancellare dalla mia memoria l’impressione che la città mi
Firenze e ricordarla in una delle sue più conosciute favole. fece”.
Ma Andersen pur non avendo imparato ad usare la matita, H.C. Andersen fu però un turista infaticabile. Il giorno succes-
sapeva anche disegnare. Era quasi un artista nei piccoli ritratti sivo visitò prima di tutto “Le museo d’istoria naturale (sic) che
e nelle figurelle che regalava generosamente ai bambini delle si ritiene il migliore fra i tanti esistenti, con la sua eccezionale
numerose famiglie di amici che lo ospitavano per brevi o lun- riproduzione in cera del corpo umano in ogni suo dettaglio, di
ghi periodi. donne incinte, minerali, insetti e fiori ...” Successivamente si
Pur non prendendo parte alla lotta politica, era estremamen- recò a “Santa Maria dei Fiori o le Duomo (sic)” che non trovò
te interessato agli avvenimenti del suo tempo. Gli piaceva mol- all’altezza del Duomo di Milano o di Notre Dame.“Il campa-
tissimo poter essere il primo a riportare una novità. nile svetta nell’aria in tutta la sua bellezza. Di fronte c’è S.
Il progresso della tecnica lo affascinava, suscitando in lui delle Giovanni o Battistero di Marco, a forma di Pantheon, con le
visioni simili a quelle di Giulio Verne e non si stancava mai di due porte di bronzo del Ghiberti che erano, una volta, rico-
descrivere la bellezza del “volo” sui nuovi “treni” col “drago a perte d’oro. Sono così belle che il Buonarroti (sic) le definì le
vapore” paragonandolo al lento, disagiato e polveroso viaggia- “porte del Paradiso”.
re in diligenza che gli era ben noto dalla gioventù. Da Santa Croce, “un imponente, meraviglioso edificio” egli
Per tutta la vita fu infatti un viaggiatore appassionato, quasi riporta accuratamente le iscrizioni incise sulle tombe dei gran-
professionista. Passò infatti quasi quindici anni della sua vita in di italiani ivi sepolti. Delle Tombe medicee, meta successiva
viaggio, se si “sommano” tutti i suoi brevi e lunghi percorsi. E della sua visita, il poeta ricorda soltanto che “sono costruite
non si accontentava dei luoghi e delle strade note. con tutti i tipi di marmo esistenti e la superficie è così polita
“Viaggiare è vivere”, una frase che si ritrova sotto forme diver- che ci si potrebbe specchiare”, ma non fa alcun cenno dell’o-
se nelle sue numerose lettere, nei diari, in tutte le sue opere. pera di Michelangelo. L’ultimo punto del suo nutrito program-
Forse una liberazione dallo stato di depressione nel quale ma è la visita a “L’Academie Royale delle belle Arti”, con “la sua
spesso si trovava a Copenaghen. Una carica della sua “pila” spi- galleria degli antichi maestri ospitata nello stesso edificio” e
rituale. Avido d’impressioni e benché spesso debole e malato “l’ospedale, con 5.000 letti. All’interno ci sono due piani con
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