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Trent’anni fa eravamo solo alle soglie di quel progresso tecnologico che oggi ha trasformato radicalmente tutta l’attività medi-
ca.Tuttavia è lecito chiederci se questo progresso è di per sé sufficiente per affermare che le cose sono migliorate.
Certamente sì, per quanto riguarda le possibilità diagnostiche e terapeutiche; ma molti pensano che lo stesso progresso abbia
contribuito a spersonalizzare i rapporti umani; per cui il medico di oggi non è più capace di “accarezzare” il malato.
Gigi Ghirotti, nel suo libro, cita una frase del celebre magistrato Carnelutti:“I giudici prima di indossare la toga dovrebbero fare
un anno di carcere”. Per analogia, sosteneva Gigi Ghirotti, i medici “dovrebbero trascorrere non dico un anno, ma anche solo
una settimana in un ospedale, nella corsia comune”. È difficile non convenire con questa asserzione, anche se è duro accet-
tarla.
Anche noi cardiologi, che viviamo ogni giorno a fianco del cardiopatico, dovremmo porci tutte le domande suscitate da Gigi
Ghirotti. Il grande progresso tecnologico diagnostico e terapeutico della cardiologia può mettere a rischio il rapporto umano,
rischio che è tanto maggiore quando, esperito ogni presidio tecnico e nonostante tutte le terapie, il cardiopatico si avvicina
alla soglia dell’irrimediabile: come può accadere, tutti lo sappiamo, in un cuore sfiancato da una cardiopatia dilatativa senza
possibilità di recupero o di trapianto. È allora che dovrebbe scattare un surplus di assistenza e non già l’atteggiamento – con-
scio o inconscio – di distacco per rinuncia al miglioramento clinico.
È proprio allora che si dovrebbe aprire un nuovo percorso nell’approccio al malato: lo stesso percorso che ci ha indicato Gigi
Ghirotti e che ha portato, come tutti sappiamo, alla nascita della benemerita Associazione che porta il suo nome da cui i
malati terminali e le loro famiglie vengono assiduamente seguiti sul piano terapeutico e psicologico, a domicilio o in hospice.
fino all’ultimo giorno.
Sono prevalentemente malati neoplastici; ma, a ben riflettere, anche il cardiopatico che arriva a questa soglia, non si diffe-
renzia esistenzialmente da loro. Anche noi cardiologi dobbiamo tenere presente questa possibilità di aiuto concreto, affian-
candoci nel trattamento domiciliare, al supporto psicofisico del malato irrimediabile. Rimane affidato a noi, alla nostra indivi-
duale capacità umana, saper aggiungere “un supplemento d’anima” – come direbbe Bergson – alla nostra opera di sanita-
ri. Come farlo? Avvicinandosi alla persona del malato con sentimenti di compartecipazione: quasi a condividere con lui lo sfor-
zo degli ultimi battiti del suo cuore.
40 ANNI AL SERVIZIO DEL CUORE:UNA RISORSA PERTRIESTE,UN ESEMPIO PER TUTTI
Sabino Scardi, targa d’oro e fellow dell’ANMCO, ci ha inviato un elegante
opuscolo che testimonia 40 anni d’impegno e dedizione di tanta gente per
la Cardiologia di Trieste. Egli ripercorrendo dalle origini le tappe fonda-
mentali della sua struttura cardiologica, ci fa rivivere nel testo e nelle
immagini quella che è la storia della cardiologia italiana di questi ultimi 40
anni.
Un percorso semplice tracciato con sacrificio, passione e grande impegno.
Una storia che rivive attraverso il racconto dei programmi assistenziali pia-
nificati, della qualificante ricerca scientifica, degli eventi formativi organiz-
zati, fino ai nostri giorni con le più moderne forme di collaborazione tra
Ospedale e Territorio.
Francesco Bovenzi
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