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        di Francesco Maria Bovenzi

                    i capita, abitualmente,   de il connotato di arte, di una attività   e di quel dialogo che in passato creava
                    di trovarmi a riflettere   umana in cui le tecniche sono fondate   il valore aggiunto della professione
                    sull’esistenza di una net-  sullo studio e sull’esperienza, ma al   del medico. Non dimentichiamo che
        Mta contrapposizione tra            cui centro c’è un proficuo rapporto   l’etimo del nostro mestiere è il greco
        il nostro modo “nobile” di interpreta-  del medico con il paziente, più ci   mèdomai, consigliare, ma oggi l’arte
        re il ruolo del medico, impegnato nel   avviamo verso una scienza medica che   medica ha perso quell’aura di sacra-
        sociale, con un orizzonte culturale di   offre prestazioni uniformi e standar-  lità che l’ha accompagnata nel corso
        umana sensibilità e, per converso, il   dizzate, mentre l’uomo non potrà mai   dei secoli: non più arte esperienziale,
        nostro modo di considerare e prati-  diventare un semplice aggregato bio-  ma ricerca di impropri connotati
        care la professione in termini molto   logico, espressione di fenomeni total-  di scienza esatta e di servizio. Se
        pratici ed utilitaristici. Potremmo con-  mente prevedibili e ripetibili. Questo   guardiamo con sufficiente distacco
        siderare questa una sorta di contrad-  paradosso del progresso alimenta la   al recente passato della nostra pro-
        dizione del nostro essere medici nella   disillusione della nostra professione,   fessione e lasciamo da parte per un
        realtà contemporanea, che sminuisce   tesa a spostare la curva esponenziale   attimo l’esasperata specializzazione
        e scalfisce la nostra identità originaria.   del declino di ogni uomo “un po’ più   e frammentazione, forse potremmo
        Tra gli antesignani della nostra pro-  in là”, tanto da far credere persino   acquisire una maggiore consapevolez-
        fessione troviamo infatti i Santissimi   a molti che la medicina possa essere   za su come stiamo perdendo il nostro
        Cosma e Damiano, molto vicini al po-  capace di abbattere l’impenetrabile e   storico “status”, fondato non solo sulle
        polo e ai bisognosi, che esercitavano   insormontabile barriera della morte,   capacità cliniche, ma relazionali di
        l’arte medica in modo disinteressato   ma nello stesso tempo condanna-  uomini tra uomini. Immessi nel vicolo
        e addirittura senza compensi, donde   ta a perdere in umanità. In questi   cieco dell’autonoma incapacità di
        l’appellativo di “anàrghiri” (dal greco   anni e in questo contesto persino le   un’autentica governance professiona-
        anargyroi, nemici del denaro). Per   linee guida hanno contribuito per   le, sottomessi da anni alle istituzioni
        loro si parlava di arte medica: e oggi?   certi versi a sminuire il nostro ruolo,   politiche e aziendali, ci ritroviamo
        Riteniamo la medicina ancora un’arte   legando le scelte mediche a evidenze   vincolati ai nuovi scenari organizzativi
        o la consideriamo più simile ad una   statistiche, spesso lontane dalla realtà   ospedalieri emergenti e intravediamo
        scienza applicata? Più la medicina per-  e ignare di quella dimensione umana   il rischio di una crisi della responsa-


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