Page 16 - CnO_143
P. 16
di Giulia Salone
UNA PICCOLA STORIA CHE FARÀ DIVENTARE GRANDE UN
CUORE
Ho pensato molto prima di scrivere questa storia, perché se da una parte mi
spingeva a farlo la riconoscenza verso tutti coloro che l’hanno resa possibile,
dall’altra sono consapevole che storie come questa ne esistono già tante.
Tutte hanno in comune un grande pregio: suscitare forti emozioni quando nel
tempo ci si ripensa e quando le si racconta. Per questo motivo, per una pro-
messa fatta a chi con me l’ha vissuta da vicino, non voglio rinunciare a scrive-
re di questa “avventura” che ha tanti protagonisti, ma uno in particolare: un pic-
colo Cuore.
Comincerò dall’inizio, come in una fiaba.
C’era una volta un piccolo Cuore… neanche a dirlo, la nostra storia comincia
qui a Firenze, nella leggendaria via La Marmora, 36. Una sede nota a molti, una
vera casa per noi che quotidianamente qui lavoriamo, una “famiglia” per tanti.
Ero intenta nel lavoro presso la Fondazione Italiana per la Lotta alle Malattie
Cardiovascolari (HCF). Era già sera quel 7 dicembre quando risposi ad una te-
lefonata, per me unica: una richiesta di aiuto. Chiamava l’ANMCO e la Fonda-
zione una gentile signora Liana, quella che oggi chiamo il mio “Angelo”, mai
conosciuta prima. Inizialmente timorosa, poi più incalzante, mi spiegava con
educata inquietudine il problema di una famiglia rumena dalle modeste possi-
bilità economiche, residente a Bucarest. Alla loro bambina, la piccola Adriana,
era stata diagnosticata una gravissima e complessa cardiopatia congenita. Per chi
non avesse idea di cosa significhi vorrei riportare una frase che sintetizzava la
sua condizione clinica che mi ha molto colpita: ha un cuore allo stato primor-
diale o meglio sembra il cuore di un anfibio.. un pesce? Queste parole non le
dimenticherò facilmente. Ma andiamo per ordine.
Liana è una volontaria del centro ascolto della Caritas parrocchiale della “Chie-
sa della Sacra Famiglia dei Salesiani di Firenze”. Lei cercava di farmi capire che
alla piccina di otto mesi, era stata fatta una diagnosi che rappresentava una con-
danna a morte, rimanevano ancora pochi giorni di vita. Liana aveva disperata-
mente tentato già molte strade, contattato persone, istituzioni, lanciato appelli,
ma mai aveva visto una luce o una chiara via d’uscita. Nessuno insomma le ga-
rantiva il trasferimento in Italia, un’adeguata assistenza e le cure del caso. Nes-
suno, in sintesi, poteva farsi carico di far arrivare Adriana dalla Romania, rico-
verarla in un ospedale specializzato e sottoporla ad un difficile intervento al
cuore. La motivazione fondamentale era legata all’indisponibilità economica.
La Romania non fa parte dell’Unione Europea, pertanto l’unica soluzione perse-
guibile sarebbe stata un’importante raccolta di fondi a garanzia della copertura
delle cure. Fin qui sarebbe una storia di tutti i giorni, anche se ci sembrava im-
possibile realizzare una cosa del genere in così poco tempo. In definitiva, senti-
vamo che quello che ormai era divenuto il nostro invincibile tormento rappre-
sentava l’ultima spiaggia di quel piccolo Cuore.
Non sicura, forse cercando una diversa motivazione, ho negato a me stessa pri-
ma e a Liana poi, una possibile soluzione razionale del caso. Capivo e cercavo
di giustificare le altrui rinunce, comprendevo la estrema difficoltà di queste cir-
costanze, ma il mio angelo insisteva e ripeteva: “non voglio credere che sia im-
possibile tentare qualcosa, per portarla in Italia e farla curare, a Bucarest hanno
GENNAIO/FEBBRAIO 2005 - N. 143 14

