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V i A GG i O  i n TOR n O  A L  C UOR e













        che lo vidi. Dieci giorni, in cui il vento   avrei avuto il coraggio di smetterla, con   gli occhi e non li riaprì più. Io uscii,
        smise e poi cominciò di nuovo, scoprim-  quella commedia. Entrai, non trovai   dopo qualche minuto di imbarazzato e
        mo insieme che succedeva spesso così,   nessun collega disponibile, d’altronde a   inutile silenzio. Mi vidi con Laura, quel
        una settimana di calma, una settimana   quell’ora, di venerdì, sarebbe stato ben   sabato, andammo al cinema, poi in
        di vento. Dieci giorni da soli in mezzo   difficile. Già conoscevo il numero del   pizzeria. Dormii discretamente, non
        alla gente, io e lei, a separarci dal   suo letto, era scritto sul frontespizio   peggio del solito, per fortuna. Il lunedì
        mondo solo il sottile nylon della mia   della cartella, mi era rimasto stampato   mattina trovai una busta da lettera sulla
        tenda, e il suo rumore di notte, quando   in mente, come tutto quello che ci   mia scrivania, sembrava parecchio usata.
        sbatteva scossa dal Meltemi. Partimmo   avevo letto dentro. Mi affacciai, era sola   C’era il mio nome a stampatello sopra,
        insieme, un pò perché i soldi erano   in camera e sembrava dormire, per   la calligrafia era irregolare, come se
        finiti, e poi per un suo tirocinio che   fortuna. Mi sforzai di non fare rumore,   fosse stato scritto da una persona
        doveva iniziare a bottega, vicino Borgo.   presi una sedia, quella dell’altro letto   anziana. La aprii, conteneva una piccola
        Fu una traversata malinconica, io avevo   perché la sua era ingombra all’inverosi-  fotografia in bianco e nero, quadrata, di
        il biglietto d’aereo, lei sarebbe rientrata   mile. Ricordai il suo disordine, in tenda,   quelle che si facevano con le vecchie
        via nave, da Patrasso. Ci separammo al   le nostre liti scherzose, su questo.   macchine. Ero io, seduto su una
        Pireo, senza troppe parole. Ci si rivede,   Osservai a lungo il profilo, così cambia-  spiaggia con le ginocchia raccolte fra le
        non è vero? Naturale che ci si rivede,   to eppure così suo, valutai il respiro   braccia, i lunghi capelli sciolti sulle
        abbiamo i telefoni, e poi stiamo a Roma   irregolare, pesante, mi sforzai di fingere   spalle, la barba incolta, magrissimo. Sul
        tutti e due. Ti chiamo io, stai tranquilla.   che fosse solo una visita professionale, a   retro c’era scritto a matita: “Astipalea,
        Mangia, piuttosto, che sei pelle e ossa.   una persona conosciuta, certo, ma   settembre 1982”. Non avevo mai visto
        Guarda che anche tu sembri un po’   niente di più. Fu lei a rompere gli   quella foto, finora. C’era anche un
        sciupatino, che ti credi. A tua madre le   schemi, era quello, il suo talento. Aprì   foglio a quadretti giallastro, col bordo
        viene un colpo, quando ti rivede. I suoi   gli occhi, adesso sembravano fin troppo   dentellato, di quelli che si strappavano
        denti bianchissimi risero, un’ultima   grandi, mi guardò un secondo, poi li
        volta, e poi le tornò il solito sguardo,   girò verso la finestra, dalla parte opposta   dai taccuini tascabili. Era il mio ritratto a
        tenero e allo stesso tempo allegro. Le   a me.  «Perché sei venuto, non lo capisci che   matita, lo stesso sorriso della foto, ma lei
        tue labbra, il tuo sapore, ancora un   non ha senso, adesso? E’ stato tutto perfetto,   mi aveva reso molto più bello, nel
        istante, ti prego, non te ne andare così.   l’altro giorno, tu sei stato gentile, io ho fatto la   disegno. Sotto il ritratto, a caratteri
        Non l’avrei più rivista per tutti quegli   brava paziente. Dovevano rimanere così, le   corsivi molto piccoli e regolari, solo
        anni, sarei riuscito anche a dimenticar-  cose, hai rovinato tutto, peccato». «Elena, ti   queste parole: estate 82, lui felice,
        la, non subito, però. Per due giorni finsi   prego, è che non ho avuto la forza di   insieme a me. Richiusi la busta, la
        che tutto fosse come prima. La mattina   affrontare i convenevoli, mi sembrava che tu   sistemai nel mio cassetto con molta
        uscivo, andavo in ospedale, il pomerig-  stessi malissimo. E poi non eravamo soli».   attenzione e girai la chiave. La sera,
        gio tornavo a casa, leggevo, cenavo,   «Ti ho riconosciuto subito l’altra mattina in   rientrando a casa in macchina, mi
        scherzavo, andavo a letto. Non trovai il   corridoio, sai. Tu non te ne sei accorto, ma   sforzai di ricordare perché non l’avessi
        tempo per fare un salto a oncologia,   non è stato difficile, non sei troppo cambiato.   mai più cercata, una volta a Roma.
        mai. Non lo volli trovare, quel tempo.   Sono io, quella cambiata, direi. Grazie,   Ripercorsi quei mesi nella mia mente,
        Fu solo di venerdì in tarda mattinata,   comunque, per questa visita. Adesso va’, per   avanti e indietro, decine di volte, senza
        con la minaccia del week end davanti,   favore, ho bisogno di riposare». «Dimmi cosa   una risposta. Niente, nessun motivo
        che mi decisi a salire i due piani di scale.   posso fare per te, qui conosco tutti, potrei darti   plausibile, eppure eravamo stati bene,
        Dissi a me stesso che era per chiedere   una mano. Adesso che ci siamo ritrovati,   insieme. Aprendo il portone decisi che
        notizie sulle sue condizioni, ma intuivo   permettimi almeno di starti vicino, di   non avrei dovuto soffrire, per questo. In
        che non era solo questo. L’avrei rivista,   aiutarti». «No, non devi più tornare. Devi   fondo, pensai, avrebbe potuto benissi-
        era chiaro, e ancora non lo sapevo se   fare come allora, sparire. Ti prego...». Chiuse   mo chiamarmi lei.


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