Page 92 - CnO_184
P. 92
V i A GG i O i n TOR n O A L C UOR e
sentirlo pronunciare in quel momento, al termine di un’operazione faticosa per una striscia di sottile terra bruna,
pensai immediatamente a una coinci- via dei tubi e delle flebo. Il mio aiuto pietrosa, a formare due golfi. I giovani
denza. Quante volte mi era già capitato sarebbe stato opportuno ma avevo finto erano tutti rintanati nella baia a sud,
di trovare negli elenchi dei pazienti di non accorgermene, per non ritrovar- quella riparata. Non c’era stato bisogno
nomi noti, o addirittura famosi, e mi faccia a faccia con lei. Adesso avrei di troppe parole, con lei. Funzionava
puntualmente ero rimasto deluso, altre dovuto per forza voltarmi e smettere di così, allora, tutto sembrava semplice,
volte sollevato, rendendomi conto che si rinviare. Lo feci, lasciai ruotare la senza conseguenze. Anche l’amore,
trattava di omonimie. Sarebbe stato così poltroncina sul suo perno, con la punta soprattutto l’amore, facile come parlare,
anche in questa occasione, ne ero certo. dei piedi la spinsi avvicinandomi fumare, nuotare senza niente addosso.
Passando in sala d’attesa, poco prima, leggero al letto da esame dove lei Mi aveva sorriso, la sera prima accanto
l’avrei notata, l’avrei riconosciuta, giaceva sul fianco sinistro. Gli occhi al fuoco, io l’avevo guardata e avevo
invece niente. Si trattava certamente di chiusi, concentrati nello sforzo della sorriso a mia volta. E adesso era venuta a
un’altra persona, potevo stare tranquil- respirazione, i cannellini per l’ossigeno sdraiarsi vicino a me e Carlo, che
lo. Aspettai, sforzandomi di non fissare nelle narici, la flebo collegata attraverso leggevamo stesi supini sulla sabbia, i
la soglia della stanza, di non essere teso. un rubinetto alla grande vena sotto la libri aperti in mano come unico riparo
Infatti, ecco la carrozzina, l’albero con clavicola. Era quasi senza capelli, e senza dal sole. Aveva iniziato a parlare, mi
la flebo, la paziente smagrita, pallida, più grasso a proteggerla, solo pelle aveva raccontato di lei, di Firenze, dove
malata. Non era lei, per fortuna, non sottile e opaca, solo ossa. Mi soffermai a aveva vissuto per dieci anni, di sua
poteva essere lei, così diversa. Quella era guardarla troppo a lungo, l’infermiera si sorella al liceo e di suo fratello meccani-
troppo più anziana, per giunta. Fu accorse del mio turbamento. Disse co. Studiava arte all’accademia, disegna-
quando controllai per scrupolo la data qualche parola che nemmeno udii, va benissimo, se ne avevo voglia mi
di nascita, ormai rasserenato, che bastò tuttavia a scuotermi da quella avrebbe mostrato le sue cose, più tardi.
l’artiglio affilato iniziò a scavare impieto- specie di trance e costringermi a iniziare Carlo era andato a tuffarsi, dopo un
so la mia gola e poi la spina dorsale, l’esame. Il suo cuore, che avevo sentito attimo di silenzio imbarazzato mi aveva
trovandomi indifeso, impreparato. Nata pulsare giovane sotto le mie mani, chiesto di raccontarle di me, e aveva
a Roma, venti agosto del cinquantanove. adesso era di fronte a me sullo schermo, avvicinato la sua testa alla mia. Portava
Non poteva più essere una coincidenza. circondato da un fossato d’acqua che lo un foulard greco blu annodato dietro la
Non ricordavo la data esatta, ma che divideva da tutto il resto, e batteva nuca, di quelli con le monetine sui
fosse di agosto ero certo, lei era orgo- veloce, ma senza forza. Non ne voleva bordi, che piacevano tanto alle ragazze,
gliosa del suo segno zodiacale, e aveva sapere di smettere, il fastidioso vento dal allora. Piaceva anche a me, quel foulard,
scherzato con me sulla sfortuna di nord. Lo chiamavano Meltemi, quelli faceva risaltare i suoi capelli neri,
essere nata in piena estate, quando del posto, ci costringeva a trascorrere morbidi e lunghi, che riusciva solo in
nessuno era a Roma per festeggiarla. intere giornate al riparo dall’incavo parte a coprire. Glielo dissi, lei scoppiò a
Elena P., anni quarantacinque, carcino- delle rocce, vicino alla spiaggia, e ci ridere. Aveva occhi comuni ma allegri,
ma ovarico metastatizzato. Restai con lo strappava le tendine di stoffa leggera, la un bel naso, la bocca forse troppo
sguardo fisso sul monitor del computer, notte. Eppure da una settimana il cielo grande, ma quando sorrideva i suoi
temevo il momento in cui mi sarei era più blu del cobalto, e l’acqua, gelida, denti bianchissimi risaltavano sulla pelle
girato e avrei cominciato a vederla per aveva trasparenze mai viste prima, in abbronzata del viso, e le regalavano la
davvero, immaginai la penosa ricostru- quel lato dell’isola. Avevamo scelto quel bellezza che forse non aveva. L’indoma-
zione dei mille ricordi sul suo volto, e posto a caso, solo perché ci era piaciuto ni sarei dovuto partire con Carlo per
sul corpo, che avevo appena intuito il suo nome: Astipàlea, farfalla in greco, Milos, lì ci aspettavano altri amici del
scavato da una malattia senza speranza. e la forma ricordava davvero una collettivo, ma improvvisamente decisi di
Fu l’infermiera a chiamarmi, aveva farfalla, divisa com’era, con le sue ali di rimanere. Lui andò lo stesso, da solo, e
finalmente sistemato la donna sul letto, roccia in mezzo all’Egeo separate da quella mattina al porto fu l’ultima volta
90 | Cardiologia negli Ospedali | centottantaquattro

