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V i A GG i O  i n TOR n O  A L  C UOR e













        sentirlo pronunciare in quel momento,   al termine di un’operazione faticosa per   una striscia di sottile terra bruna,
        pensai immediatamente a una coinci-  via dei tubi e delle flebo. Il mio aiuto   pietrosa, a formare due golfi. I giovani
        denza. Quante volte mi era già capitato   sarebbe stato opportuno ma avevo finto   erano tutti rintanati nella baia a sud,
        di trovare negli elenchi dei pazienti   di non accorgermene, per non ritrovar-  quella riparata. Non c’era stato bisogno
        nomi noti, o addirittura famosi, e   mi faccia a faccia con lei. Adesso avrei   di troppe parole, con lei. Funzionava
        puntualmente ero rimasto deluso, altre   dovuto per forza voltarmi e smettere di   così, allora, tutto sembrava semplice,
        volte sollevato, rendendomi conto che si   rinviare. Lo feci, lasciai ruotare la   senza conseguenze. Anche l’amore,
        trattava di omonimie. Sarebbe stato così   poltroncina sul suo perno, con la punta   soprattutto l’amore, facile come parlare,
        anche in questa occasione, ne ero certo.   dei piedi la spinsi avvicinandomi   fumare, nuotare senza niente addosso.
        Passando in sala d’attesa, poco prima,   leggero al letto da esame dove lei   Mi aveva sorriso, la sera prima accanto
        l’avrei notata, l’avrei riconosciuta,   giaceva sul fianco sinistro. Gli occhi   al fuoco, io l’avevo guardata e avevo
        invece niente. Si trattava certamente di   chiusi, concentrati nello sforzo della   sorriso a mia volta. E adesso era venuta a
        un’altra persona, potevo stare tranquil-  respirazione, i cannellini per l’ossigeno   sdraiarsi vicino a me e Carlo, che
        lo. Aspettai, sforzandomi di non fissare   nelle narici, la flebo collegata attraverso   leggevamo stesi supini sulla sabbia, i
        la soglia della stanza, di non essere teso.   un rubinetto alla grande vena sotto la   libri aperti in mano come unico riparo
        Infatti, ecco la carrozzina, l’albero con   clavicola. Era quasi senza capelli, e senza   dal sole. Aveva iniziato a parlare, mi
        la flebo, la paziente smagrita, pallida,   più grasso a proteggerla, solo pelle   aveva raccontato di lei, di Firenze, dove
        malata. Non era lei, per fortuna, non   sottile e opaca, solo ossa. Mi soffermai a   aveva vissuto per dieci anni, di sua
        poteva essere lei, così diversa. Quella era   guardarla troppo a lungo, l’infermiera si   sorella al liceo e di suo fratello meccani-
        troppo più anziana, per giunta. Fu   accorse del mio turbamento. Disse   co. Studiava arte all’accademia, disegna-
        quando controllai per scrupolo la data   qualche parola che nemmeno udii,   va benissimo, se ne avevo voglia mi
        di nascita, ormai rasserenato, che   bastò tuttavia a scuotermi da quella   avrebbe mostrato le sue cose, più tardi.
        l’artiglio affilato iniziò a scavare impieto-  specie di trance e costringermi a iniziare   Carlo era andato a tuffarsi, dopo un
        so la mia gola e poi la spina dorsale,   l’esame. Il suo cuore, che avevo sentito   attimo di silenzio imbarazzato mi aveva
        trovandomi indifeso, impreparato. Nata   pulsare giovane sotto le mie mani,   chiesto di raccontarle di me, e aveva
        a Roma, venti agosto del cinquantanove.   adesso era di fronte a me sullo schermo,   avvicinato la sua testa alla mia. Portava
        Non poteva più essere una coincidenza.   circondato da un fossato d’acqua che lo   un foulard greco blu annodato dietro la
        Non ricordavo la data esatta, ma che   divideva da tutto il resto, e batteva   nuca, di quelli con le monetine sui
        fosse di agosto ero certo, lei era orgo-  veloce, ma senza forza. Non ne voleva   bordi, che piacevano tanto alle ragazze,
        gliosa del suo segno zodiacale, e aveva   sapere di smettere, il fastidioso vento dal   allora. Piaceva anche a me, quel foulard,
        scherzato con me sulla sfortuna di   nord. Lo chiamavano Meltemi, quelli   faceva risaltare i suoi capelli neri,
        essere nata in piena estate, quando   del posto, ci costringeva a trascorrere   morbidi e lunghi, che riusciva solo in
        nessuno era a Roma per festeggiarla.   intere giornate al riparo dall’incavo   parte a coprire. Glielo dissi, lei scoppiò a
        Elena P., anni quarantacinque, carcino-  delle rocce, vicino alla spiaggia, e ci   ridere. Aveva occhi comuni ma allegri,
        ma ovarico metastatizzato. Restai con lo   strappava le tendine di stoffa leggera, la   un bel naso, la bocca forse troppo
        sguardo fisso sul monitor del computer,   notte. Eppure da una settimana il cielo   grande, ma quando sorrideva i suoi
        temevo il momento in cui mi sarei   era più blu del cobalto, e l’acqua, gelida,   denti bianchissimi risaltavano sulla pelle
        girato e avrei cominciato a vederla per   aveva trasparenze mai viste prima, in   abbronzata del viso, e le regalavano la
        davvero, immaginai la penosa ricostru-  quel lato dell’isola. Avevamo scelto quel   bellezza che forse non aveva. L’indoma-
        zione dei mille ricordi sul suo volto, e   posto a caso, solo perché ci era piaciuto   ni sarei dovuto partire con Carlo per
        sul corpo, che avevo appena intuito   il suo nome: Astipàlea, farfalla in greco,   Milos, lì ci aspettavano altri amici del
        scavato da una malattia senza speranza.   e la forma ricordava davvero una   collettivo, ma improvvisamente decisi di
        Fu l’infermiera a chiamarmi, aveva   farfalla, divisa com’era, con le sue ali di   rimanere. Lui andò lo stesso, da solo, e
        finalmente sistemato la donna sul letto,   roccia in mezzo all’Egeo separate da   quella mattina al porto fu l’ultima volta


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