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CARDIOLOGIA N. 141bb 3-09-2004 15:11 Pagina 25
senza di un test per il publication bias e di un’a-
nalisi di sensibilità e da un’errata interpretazione
o analisi dei sottogruppi.
Più complessi sono invece i test di specificità e ri-
levanza clinica di risultati ottenuti in studi clinici
o trials randomizzati. Di fondamentale importan-
za sono i dati di attributable risk, che esprime
l’eccesso di rischio riscontrato per l’esposizione
ad un determinato fattore, ed il relative risk che è
il rapporto fra le probabilità di sviluppare un
evento in uno specificato periodo di tempo tra co-
loro che sono esposti ad un determinato fattore o
ricevono un certo trattamento rispetto a quelli
che non lo sono o non lo ricevono. L’effetto di un
certo trattamento si esprime invece in termini di
relative risk reduction (RRR) che è il rapporto tra i rischi assoluti di diversi fat-
tori e trattamenti; l’absolute risk reduction (ARR) che esprime la riduzione asso-
luta del rischio per l’esposizione ad un determinato trattamento; il number nee-
ded to treat (NNT) che è l’inverso dell’ARR in quanto è il numero di pazienti da
esporre al trattamento per risparmiare un evento; ed il number needed to harm
(NNH) che è il numero di pazienti da esporre al trattamento per ottenere una
reazione avversa.
Mentre l’RRR può risultare costante a diversi livelli di rischio assoluto, l’ARR è
tanto più grande quanto più grande è il rischio assoluto di base. Tutte le valuta-
zioni in termini assoluti (ARR, NNT) sono più utili dell’RRR per definire il be-
neficio clinico di un dato trattamento. Per i trattamenti in fase acuta, in cui tut-
ti gli eventi accadono in un breve periodo, l’uso del NNT è particolarmente op-
portuno. L’ARR ed il NNT sono però poco espresse nei lavori scientifici e so-
prattutto nei grandi trials randomizzati.
In conclusione, i risultati di uno studio dovrebbero essere riportati con com-
pletezza senza dimenticare le significatività per il profilo di safety, anche se ad
oggi questo non avviene con sistematicità. Non bisogna inoltre accontentarsi del
risultato ottenuto (anche se espresso in termini assoluti), ma guardare sempre
gli intervalli di confidenza. Serve comunque una maggiore educazione del per-
sonale sanitario ed anche dei pazienti nell’interpretazione ed applicazione dei ri-
sultati di uno studio.
MINIMASTER
CORONARY INTERVENTIONAL CARDIOLOGY FOR CLINICAL CARDIOLOGISTS
Moderatori: R. Ferrari, M. Scherillo
Relatori: E. Della Grazia, B. Chevalier, L. Bolognese, O.M. Hess, G. Bernardi,
R. Ricci, F. Prati, A. Montinaro, C. Di Mario, D. Antoniucci, F. Bovenzi,
G. Steffenino, P. Lisanti, L. Paloscia, F. Piscione
L’angioplastica coronarica percutanea (PTCA) rescue ha una frequenza di suc-
cesso tecnico più bassa rispetto alla PTCA primaria (>82% vs <96%), e conse-
guentemente un’elevata mortalità. È importante però sottolineare che nessuno
studio è stato sino ad ora finalizzato a valutare gli effetti della PTCA di salva-
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