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BURN-OUT UNA SINDROME ANCORA TROPPO SOTTOVALUTATA?
di Giuseppe Palazzo
“Quando non si ha ciò che si ama, bisogna amare quel che si ha”
(R. de Bussy-Rabutin, Corrispondenze con M.me de Sevignè)
Gli operatori dei sistemi di assistenza a persone in difficoltà (tra questi gli operatori del sistema sanitario come medici ed
infermieri), sono esposti ad una sindrome, descritta per la prima volta nel 1976 dalla psicologa americana C. Maslach, con
il termine tecnico di Burn-Out Sindrome (sindrome del bruciato, dell’esaurito, dello scoppiato), che la definisce una sindrome
caratterizzata da esaurimento emozionale, depersonalizzazione e riduzione delle capacità professionali.
La sindrome da Burn-Out si distingue dallo stress, che può eventualmente essere una concausa, così come si distingue dalle
diverse forme di nevrosi, in quanto disturbo non della personalità ma del ruolo lavorativo.
Inizialmente infatti questa particolare sindrome era stata affrontata nell’ambito della psico-
logia clinica e quindi trattata con rimedi concentrati solo sull’individuo. Più recentemente si è Musica e sport
acquisita la consapevolezza della stretta relazione tra meccanismi di esaurimento e conte-
sto strutturale ed organizzativo in cui si inseriscono le cosiddette “professionalità sociali”. In tra gli hobby antistress
sostanza le cause che generano “Burn-Out” nel lavoro sociale non sarebbero da ricercare preferiti dai cardiologi
tanto nelle motivazioni dei singoli, quanto piuttosto in determinate condizioni lavorative.
Allo stato conclamato essa si manifesta attraverso 4 fasi che presentano sintomi a volte italiani
sequenziali, a volte combinati tra loro:
La prima fase (entusiasmo idealistico) è caratterizzata dalle motivazioni che hanno indotto
gli operatori a scegliere un lavoro di tipo assistenziale, ovvero motivazioni consapevoli (migliorare il mondo e se stessi, sicu-
rezza di impiego, svolgere un lavoro di prestigio) e motivazioni inconscie (desiderio di approfondire la conoscenza di sé e di
esercitare una forma di potere o di controllo sugli altri). C’è in tutto questo quasi una difficoltà a leggere in modo adeguato
il dato di “realtà”, infatti esiste una logica secondo la quale il venire a capo di una situazione difficile non dipende dalla natu-
ra delle situazioni, ma essenzialmente dalle proprie capacità e dai propri sforzi, se dunque il problema non viene risolto, ciò
sta a significare che non si è stati all’altezza.
Nella seconda fase l’operatore continua a lavorare ma si accorge che il lavoro non soddisfa del tutto i suoi bisogni. I risultati
del forte impegno iniziale sono via via sempre più inconsistenti. Si passa così da un superinvestimento iniziale ad un gradua-
le disimpegno dove il sentimento di profonda delusione avanza determinando nell’operatore una chiusura verso l’ambiente
di lavoro ed i colleghi.
Nella terza fase il pensiero dominante dell’operatore è di non essere più in grado di aiutare nessuno, con profonda sensa-
zione di inutilità e di non rispondenza del servizio ai reali biso-
gni dell’utenza. Il vissuto dell’operatore è un vissuto di perdita,
di svuotamento, di crisi di emozioni creative e di valori consi-
derati fondamentali sino a quel momento. Come fattori di fru-
strazione aggiuntivi intervengono lo scarso apprezzamento
sia da parte dei superiori sia da parte degli utenti, nonché la
convinzione di una non adeguata formazione per il tipo di
lavoro svolto. Il soggetto frustrato può assumere un atteggia-
mento aggressivo e spesso mette in atto comportamenti di
fuga quali allontanamento ingiustificato dal reparto, pause
prolungate, frequenti assenze per malattie.
La quarta fase infine, evidenzia il graduale disimpegno emo-
zionale conseguente alla frustrazione, con passaggio dalla
empatia all’apatia durante la quale spesso si assiste ad una
vera e propria morte professionale.
Tra i sintomi psico-fisici possono ricorrere: malessere generale, Fabrizio Bandini e Charles E.Mullins suonano insieme in occasione
disturbi del sonno, disturbi gastro-intestinali, perdita di peso, del XXXVII Congresso ANMCO a Firenze
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